tour

Posted in InSoave, on 22 gennaio 2016, by , 0 Comments

Castello di Illasi, Villa Perez Pompei Sagramoso, il grande Giardino all’Italiana. E l’annesso ristorante “Le Cedrare”. Un’intera collina sulla quale svetta il suggestivo castello di epoca prescaligera e alle cui pendici si dirama la vasta proprietà terriera dominata dalla villa veneta, con annesse barchesse e scuderie, incastonata in un verde secolare ma rigoglioso, geometricamente definito. Un complesso di grande impatto architettonico e artistico. Un salto nel passato, prossimo e lontano dove lo sfavillio della nobiltà rurale del tardo seicento ha lasciato il passo alla moderna coltura della vite e dell’olivo.

Noi ci siamo fatti guidare, all’interno della grande tenuta, proprio da uno dei diretti discendenti della dinastia Sagramoso, il conte Lapo Sagramoso. A bordo delle nostre Twizy, formidabili e silenziose vetture elettriche, abbiamo percorso i circa sei chilometri di tornanti che tagliano in diagonale la collina, e dalla Villa conducono al Castello.

Articolo2_3

Il tour è davvero suggestivo e pure esclusivo. Non è da tutti poter godere l’accesso alla tenuta e la scalata al Castello comodamente seduti su quattro ruote che mordono lo sterrato e si infilano nella penombra del bosco. Ed è così che, in questo safari culturale, ci scappa di vedere una lepre e un mezzo capriolo. Solo mezzo perché, mentre ce ne rendiamo conto, l’altra metà ha già attraversato il sentiero tuffandosi nel bosco. E al ritorno, i nostri passi faranno alzare in volo una fagiana che sostava accovacciata nel fresco della vegetazione, ignara di noi intrusi. Raramente infatti la fauna del luogo è disturbata dal genere umano.

Ma torniamo alla salita e al Castello. Impossibile non conoscerne l’esistenza, almeno per chi frequenta l’est veronese. Lo si nota a parecchia distanza. Certo, non è ben conservato come quello di Soave – castello scaligero con mura merlate che abbracciano la cittadina -, d’altro canto qui siamo decisamente in tutt’altra epoca. È dunque plausibile il diverso stato di conservazione, come anche le differenti fattezze dei due manufatti.

Articolo2_2

Il castello di Illasi appare fascinoso e sinistro nelle notti di luna piena e la sua posizione ben circoscritta tra i confini della tenuta Sagramoso non consente incontri ravvicinati. Per raggiungerlo e visitarlo occorre entrare nel perimetro del muro di cinta accedendo da un importante cancello rigorosamente chiuso a chiave.

Ma per noi nessun ostacolo, nessuna porta chiusa. All’apice della collina abbiamo parcheggiato le Twizy, percorso un centinaio di metri a piedi nella quiete del bosco e sostato davanti al cancello, in attesa del giro di chiavi.
Poi, eccoci: al cospetto della storia millenaria e delle prodezze di costruttori arditi e creativi.

Davanti a noi la sagoma poderosa del maniero, avviluppata da sterpaglie e corpulenti fili d’erba ingialliti dal sole.

Ci facciamo largo nel prato inselvatichito e sondiamo i dintorni con stupore. La torre del castello, il palazzo affiancato, le stalle, i resti dell’abbondante cisterna con al centro il pozzo. E un gelso bianco dai frutti presto maturi. Tutto sa di storia e leggende, di cavalieri e fantasmi. Attorno, solo lo stridio degli uccelli che danzano nella luce bianca del giorno. Falchetti, gazze e cornacchie. Eccolo lì il tempo: arretrato d’improvviso.

Articolo2_1

Il safari prosegue nei meandri del manufatto e le indicazioni del conte Sagramoso si fanno preziose e arricchenti. Conoscere equivale ad apprezzare. E scopriamo come il fortilizio rappresenti da sempre un interessante rompicapo per archeologi e studiosi, perché ritenuto tecnologicamente avanzato per la sua epoca e perché non è mai stata chiara, fino in fondo, la sua destinazione d’uso: condivisa tra funzioni militari e di rappresentanza. Avalla tale ipotesi la presenza, al suo interno, di un grande arco che divide l’area, all’epoca abitabile, in due zone: l’androceo e il gineceo, rilevando quindi la presenza di figure femminili che poca si confà a scopi militari.

Perlustriamo ogni spazio calpestabile e ci immaginiamo nelle vesti dei feudatari dell’epoca, intenti a scandagliare la Valle d’Illasi e la Val Tramiglia, laggiù, fin dove lo sguardo arriva.

Poi, pian piano, immersi nel silenzio della natura che difende se stessa, torniamo verso il cancello. Lanciamo gli ultimi sguardi alla fortezza e all’unica campana, in bronzo antico, appesa lassù nella torre. Negli anni scandiva le nascite dei nobili di corte, ora accoglie volatili in cerca di ristoro.
Torniamo a valle dagli stessi tornanti dell’andata. Una lenta discesa prima tra le fronde fresche del bosco, poi accanto ai filari di viti ordinatamente disposti. Qui crescono vini importanti, dall’Amarone al Valpolicella, ai bianchi del Soave.

Articolo2_4

E, di nuovo alle pendici, entriamo quasi trionfali nella circonferenza della Villa. Le piccole vetture si perdono nell’immensità della facciata principale. Non disturbano, forse rallegrano un poco la severità del luogo, che emerge nonostante l’armonia dei giardini fioriti. Quasi a sottolineare l’importanza che, nei secoli, quel sito, ha significato per il territorio di Verona e per la Serenissima Repubblica di Venezia. Merita rispetto oltre che stupore. Quindi, ascoltiamo ancora con interesse le parole di chi lo rappresenta.

Lapo ci decanta l’organizzazione degli spazi conforme alle esigenze e ai ritmi di chi li abitava. L’opera è dell’architetto Pellesina, autore di parti della reggia di Versailles e di Villa Sigurtà a Valeggio sul Mincio.

Ci racconta e descrive gli affreschi che impreziosiscono le stanze e i soffitti della Villa. Decorazioni neoclassiche ben conservate che meritano una visita ad hoc. Abbiamo pertanto ragione di organizzare un altro safari culturale, sempre ad alta sostenibilità ambientale, ma privilegiando l’indoor al respiro incontaminato del vasto parco, boschivo e non, che regna indisturbato.

S.Z.

Continue Reading...

Posted in InSoave, on 22 gennaio 2016, by , 0 Comments

Metti una domenica di tarda primavera e di cielo smargiasso sputato fuori da un fragoroso temporale, il sole in fronte che non da tregua, quasi a volerti accecare. E manco una nuvola nei dintorni. Lì, sul Monte Calvarina – lembo orientale dei Monti Lessini -, una variegata comitiva di sani cultori del buon bere si arrampica sui tornanti, prima asfaltati, poi sterrati. La compagnia viaggia a bordo di quattro Twizy, confidenzialmente dette “macchinette” perché tali sono le piccole vetture elettriche che si inerpicano sulla sommità del vulcano spento.

Articolo1

Sostenibilità e tecnologia, oltre a divertimento puro, è il binomio che definisce le vetture rese disponibili da Soave Incoming e dall’Hotel Roxy Plaza di Soave. Le guida un quartetto di avventurosi, Roberto in testa.

Lo segue Sandro, il patron della vigna, che porta con sé un cesto colmo di bottiglie di Durello Millesimato affossate nel ghiaccio.

Tutti sono già “assetati”… Anche a causa del panorama che toglie il fiato e asciuga la bocca. La silenziosa carovana è seguita da un pullman: carico di sommelier genovesi. Davvero uno spettacolo!

Tornanti alle spalle, la vigna si distende lungo il colle. Scende ordinata dall’altopiano e domina la valle. Si apre a raggiera, stringe la collina, invade gli occhi e lo stupore di tutti. Piccoli filari ordinati, verdi come il mare di Sardegna. Smeraldi che rompono la monotonia del cielo, separati l’un dall’altro, dallo spazio di un sentiero comodo per una sola fila di viandanti.

Articolo1_2

Le “macchinette” sono parcheggiate e gli ospiti di Sandro, radunati attorno al grande faggio, si godono storie di terre vulcaniche, di vitigni autoctoni, di maestria e sapienza: arti necessarie a trarre grandi vini da piccole uve.

I grappoli sono in crescita, appena accennati, ma inconfondibili e promettenti, come un pane che lievita. La comitiva ascolta e osserva, gode del panorama e pregusta la sopressa che, giù più sotto, a Brenton, Matteo sta affettando per noi. Sopressa, Durello e pan biscotto!

L’aperitivo della valle, la tradizione che diventa modernità. La natura che da il meglio di sé quando incontra produttori rispettosi della terra e colmi di passione.

E allora via, di nuovo in pullman, di nuovo energia pulita e spostamenti silenziosi e, per chi non vuole perdere l’occasione di una sana passeggiata… giù per le vigne, in mezzo al campo, per sentieri.

Una ventina di minuti e siamo in compagna dell’ospite del momento, Matteo, appunto. Qui nella sua azienda “Forme e sapori” produce le sopresse – rigorosamente DE.CO. – che con il Durello fresco farebbero resuscitare anche i morti (qui da noi si dice così, non so se vale anche per gi amici genovesi, ma ci siamo capiti!).

E noi ci gustiamo tutto senza risparmio!
Dopo quasi un’ora spesa tra salami e pan biscotto, degustazione e acquisti, si torna in viaggio per l’ultima

tappa. Destinazione Cantina Sandro De Bruno a Montecchia di Crosara. Il pranzo è in quota a lui. Marino ci anticipa, fa strada e prepara il soffritto, base indispensabile per il suo rinomato risotto al Durello.
Noi ce la prendiamo con calma, lo stomaco al momento è quieto. In Cantina da Sandro è tutto pronto. Lo spiedo è sulle braci, la lunga tavola apparecchiata. Le botti, silenti ma produttive, rasserenano le attese.

Marina, la moglie di Sandro, ci accoglie con entusiasmo e ci invita a prendere posto. Marino è ai fuochi, il riso in cottura.

Ne approfitto per carpire qualche trucco e le dosi riso-vino. Non tiene segreti per sé e mi confida (almeno credo) i suoi saperi.

Articolo1_3

A tavola c’è spazio solo per i complimenti, poi le bocche impastano e deglutiscono amabilmente. Piatti vuoti e bicchieri alzati in richiesta d’aiuto. Sandro spiega le sue creature e produce un’escalation di sapori e profumi. Dai bianchi ai rossi. Sono Soave, Durello e Chardonnay, Cabernet per la carne.

Alla fine torniamo ai bianchi perché arriva il dolce, e degustiamo un fantastico Recioto di Soave. Non c’è spazio quasi per null’altro… ma un veneto non abbandona la sedia se prima non ha fatto el resentin, quindi, dopo il caffè davvero l’ultimo goccetto: di grappa casalinga!

S. Z.

Continue Reading...